Benvenuti nel sito della nostra cultura, dei nostri cavalli, dei
nostri sogni.
Cari amici, se dentro voi cova la passione del western, se
la libertà
è al primo posto delle vostre esigenze, se la vista di un prato vi fa sognare una prateria sconfinata,
se in fondo all'anima vi sentite un cowboy o un pellerossa,
questa è casa vostra.
NEWS
....Amici
miei, mi è stato chiesto di mostrarvi il mio cuore. Sono contento
di avere
l’occasione di farlo. Voglio che gli uomini bianchi capiscano
il mio popolo.
Alcuni di voi pensano che un indiano sia come un animale selvaggio.
Questo è un
grave errore. Vi dirò tutto delle nostre genti, così poi
potrete giudicare se
l’indiano è o non è un uomo. Credo che potremmo
evitare molti problemi se
aprissimo di più il nostro cuore. Vi dirò a modo mio come
vedono le cose gli
indiani. L’uomo bianco ha più parole per dire come le vede
lui, ma non sono
necessarie molte parole per dire la verità. Quello che ho da
dire viene
direttamente dal cuore e io parlerò con lingua diretta. Il Grande
Spirito mi
sta guardando e mi sentirà. Il mio nome è In-mut-too-yah-lat-lat
[Tuono che
viaggia sopra le montagne]. Sono il capo della tribù Wal-lam-wat-kin
dei
Chute-pa-lu, o Nez Perce. Sono nato nell’Oregon orientale trentotto
inverni fa.
Mio padre era capo prima di me. Da giovane venne chiamato Giuseppe dal
signor
Spaulding, un missionario. È morto qualche anno fa. Ha lasciato
un buon nome
sulla Terra. Mi ha dato buoni consigli per il mio popolo. I nostri padri
ci
hanno dato molte leggi, che avevano imparato dai loro padri. Queste
leggi erano
buone e dicevano che non dobbiamo dire solo la verità, che è una
vergogna per
un uomo prendere la moglie o la proprietà di un altro senza pagare
il dovuto.
Ci è stato insegnato a credere che il Grande Spirito vede e sente
ogni cosa, e
non dimentica mai. In seguito darà ad ogni uomo una casa-spirito
in accordo a
quello che merita: se è stato un uomo buono, avrà una
buona casa; se è stato un
uomo cattivo, avrà una cattiva casa. Io credo in questo e tutta
la mia gente ci
crede. Noi non sapevamo che esistessero altri popoli oltre agli indiani
finché,
circa cento inverni fa, alcuni uomini dal viso pallido vennero nel nostro
paese. Portavano con sé molte cose da scambiare con le pellicce
e le pelli.
Portavano il tabacco, che per noi era un novità. Portavano fucili
con pietre
focaie, che spaventavano le nostre donne ed i nostri bambini. La nostra
gente
non poteva parlare con questi uomini dal viso pallido, ma usarono dei
segni che
tutti capiscono. Questi uomini venivano chiamati francesi e loro battezzano
il
nostro popolo nez percé (“nasi forati”) per la nostra
usanza di portare
ornamenti al naso. Sebbene molto pochi dei nostri li portino ancora,
veniamo
tuttora chiamati con questo nome.Questi
cacciatori francesi dissero ai nostri padri un sacco di cose che sono
rimaste
nei nostri cuori. Alcune erano buone, ma alcune erano cattive. Il nostro
popolo
aveva opinioni contrastanti riguardo a questi uomini. Alcuni pensavano
che
insegnassero più il male che il bene. L’indiano rispetta
un uomo coraggioso, ma
disprezza il codardo. Ama una lingua diretta, ma odia una lingua biforcuta.
I
cacciatori francesi ci dissero alcune cose vere ed alcune bugie. I primi
uomini
bianchi del nostro popolo che arrivarono nel nostro paese si chiamavano
Lewis e
Clarck. Anche loro portarono molte cose che la nostra gente non aveva
mai
visto. Parlarono onestamente e la nostra gente offrì loro una
festa come
dimostrazione che il loro cuore era amichevole. Quando mio padre era
giovane
arrivò nel nostro paese un uomo bianco [il reverendo Henry H.
Spaulding] che
parlava la legge dello spirito. Egli si guadagnò l’affetto
della nostra gente
perché disse delle cose buone. All’inizio non disse niente
del fatto che gli
uomini bianchi intendevano stabilirsi sulle nostre terre. Non se ne
seppe nulla
fino a circa venti inverni fa, quando gli uomini bianchi arrivarono
numerosi
sul nostro territorio e costruirono case e fattorie. All’inizio
la nostra gente
non protestò. Sembrava che ci fosse abbastanza spazio perché tutti
potessero
vivere in pace, inoltre stavano imparando dagli uomini bianchi molte
cose che
sembravano buone. Presto però scoprimmo che gli uomini bianchi
stavano
diventando ricchi molto in fretta ed erano avidi di possedere tutto
quello che
avevano gli indiani. Mio padre fu il primo a capire i piani degli uomini
bianchi e mise in guardia la sua tribù perché fosse cauta
nei commerci con
loro. Era sospettoso di uomini che apparivano troppo ansiosi di accumulare
denaro. A quei tempi io ero solo un ragazzo, ma ricordo bene gli avvertimenti
di mio padre. Egli possedeva una vista più acuta del resto della
nostra gente.
Poi venne un ufficiale bianco [il governatore Isaac Stevens del territorio
di
Washington] e invitò tutti i Nez Percé a un consiglio
per firmare un trattato.
All’apertura del consiglio egli rivelò il proprio cuore.
Disse che c’erano
moltissimi uomini bianchi nel nostro paese e che molti altri ancora
sarebbero
arrivati; disse che voleva che la terra venisse segnata in modo che
gli indiani
e gli uomini bianchi potessero vivere separati. Se volevano vivere in
pace era
necessario – egli disse – che gli indiani avessero un territorio
loro, e in
esso avrebbero dovuto restare. Mio padre, che era il rappresentante
della sua
tribù, si rifiutò di avere a che fare con questo consiglio,
perché voleva
essere un uomo libero. Sosteneva che nessun uomo può possedere
la terra, e che
quindi non può vendere quello che non possiede. Il signor Spaulding
prese mio
padre per un braccio e gli disse: “Vieni a firmare il trattato
Mio padre lo
allontanò e gli disse: “Perché mi chiedi di dare
via il mio paese? Il tuo
compito è di parlare di cose spirituali, non di convincerci a
dare via la
nostra terra”. Il governatore Stevens fece pressione su mio padre
perché
firmasse il trattato, ma egli rifiutò. “Non firmerò la
vostra carta”, disse.
“Voi andata dove volete e io faccio lo stesso. Tu non sei un bambino.
Io non
sono un bambino. Posso prendermi cura di me stesso. Nessun altro può pensare
per me. Non ho altra casa che questa. Non la lascerò a nessun
altro. La mia
gente rimarrebbe senza casa. Portate via le vostre carte. Con la mia
mano non
le toccherò.” Mio padre lasciò il consiglio. Alcuni
dei capi delle altre tribù
dei Nez Percé firmarono il trattato e il governatore Stevens
diede loro in
regalo delle coperte. Mio padre mise in guardia la sua gente dall’accettare
regali, perché “dopo un po’,” egli disse “sosterranno
che avete accettato un
pagamento per la vostra terra”. Da allora quattro tribù dei
Nez Percé hanno
ricevuto donazioni annuali dagli Stati Uniti. Mio padre venne invitato
a
diversi consigli, e fecero di tutto per fargli firmare il trattato,
ma egli era
fermo come una roccia, determinato a non dare via la sua casa con quella
firma.
Il suo rifiuto creò una scissione tra i Nez Percé. Otto
anni dopo [1863] venne
convocato un altro consiglio per firmare un trattato. Un capo chiamato
Lawyer,
perché era un grande parlatore, assunse la guida del consiglio
e vendette quasi
tutto il territorio dei Nez Percé. Mio padre non era presente.
Egli mi disse:
“Quando ti siedi in consiglio con gli uomini bianchi, ricordati
sempre del tuo
paese. Non darlo via. L’uomo bianco ti imbroglierà per
buttarti fuori dalla tua
casa. Io non ho mai accettato un pagamento dagli Stati Uniti. Non ho
mai
venduto la nostra terra”. In questo trattato Lawyer agì per
la nostra tribù
senza che nessuno lo avesse investito dell’autorità per
farlo. Non aveva alcun
diritto di vendere la regione del Wallowa [il Wallowa, che significa “la
terra
delle acque serpeggianti”, è situato nella parte nord orientale
dell’attuale
Stato dell’Oregon, ed è la patria d’origine della
tribù dei Nez Percé di
Giuseppe], che è sempre appartenuta al popolo di mio padre. E
le altre tribù
non hanno mai confutato il nostro diritto su di essa. Nessun altro indiano
ha
mai rivendicato il Wallowa. Per fare sì che tutti sapessero quanta
era la terra
in nostro possesso, mio padre piantò dei picchetti per segnarne
i confini e disse:
“Qui dentro è la casa del mio popolo. Gli uomini bianchi
possono prendere la
terra che è fuori. È all’interno di questi confini
che è nata tutta la nostra
gente. Questa è la terra che circonda le tombe dei nostri padri
e noi non
lasceremo mai queste tombe ad altri uomini”. Gli Stati Uniti rivendicarono
il
fatto che avevano comprato da Lawyer e da altri capi tutte le terre
intorno
alla riserva Lappai. Ma noi continuammo a vivere in pace su questa terra
fino a
otto anni fa, quando gli uomini bianchi cominciarono ad oltrepassare
i confini
che mio padre aveva seganto. Noi li mettemmo in guardi sul grave torto
che ci
stavano facendo, ma loro non volevano lasciare la nostra terra e ci
furono
episodi di sangue. Gli uomini bianchi dissero che noi eravamo sul sentiero
di
guerra. Dissero molte cose che erano false. Il governo degli Stati Uniti
chiese
di nuovo che si tenesse un consiglio per firmare un trattato. Mio padre
era
diventato cieco e debole. Non era più in grado di parlare per
il suo popolo. Fu
allora che presi il posto di mio padre come capo. In quel consiglio
feci il mio
primo discorso agli uomini bianchi. Dissi all’agente del governo
che teneva il
consiglio: “Io non volevo venire a questo consiglio, ma sono venuto
sperando
così di evitare spargimenti di sangue. L’uomo bianco non
ha il diritto di
venire qui a prendersi il nostro paese. Noi non abbiamo mai accettato
alcun
regalo dal governo. Né Lawyer, né altri capi hanno mai
avuto l’autorità per
vendere questa terra. È sempre appartenuta al mio popolo. Questa
terra è giunta
a noi dai nostri padri intatta, “senza nuvole”, e noi la
difenderemo fino a che
resterà una goccia di sangue indiano a scaldare il cuore dei
nostri uomini.
L’agente governativo disse che il Grande Capo Bianco di Washington
aveva dato ordine
che oi andassimo nella riserva Lappai e che, se avessimo obbedito, lui
ci
avrebbe aiutato in molti modi. “Dovete andare nella zona governativa”,
egli
disse. Io gli risposi: “Io non lo farò. Non ho bisogno
del vostro aiuto.
Abbiamo in abbondanza tutto quello che ci serve, e siamo soddisfatti
e felici
se l’uomo bianco ci lascia in pace. La riserva è troppo
piccola per così tanta
gente e tutti i loro animali. Potete tenervi i vostri regali. Noi siamo
in
grado di andare nelle vostre città e pagare per tutto quello
di cui abbiamo
bisogno. Abbiamo abbondanza di cavalli e bestiame da vendere e non vogliamo
alcun aiuto da voi. Adesso siamo liberi, possiamo andare dove vogliamo.
I
nostri padri sono nati qui. Qui hanno vissuto, qui sono morti, qui sono
le loro
tombe. Noi non li lasceremo mai”. L’agente del governo se
ne andò e per un po’
ci lasciarono in pace. Poco tempo dopo questo incontro mio padre mi
mandò a
chiamare. Vidi che stava morendo. Presi la sua mano nella mia. Egli
disse:
“Figlio mio, il mio corpo sta tornando alla madre terra e il mio
spirito molto
presto andrà a vedere il Grande Spirito Capo. Quando me ne sarò andato,
pensa
al tuo paese. Tu sei il capo di questa gente. Loro si rivolgono a te
per essere
guidati. Ricorda sempre che tuo padre non ha mai venduto questo
paese.
Devi chiudere le orecchie ogni volta che ti verrà chiesto di
firmare un
trattato per vendere la tua casa. Ancora pochi anni e gli uomini bianchi
saranno tutt’intorno a te. Hanno messo gli occhi su questa terra.
Figlio mio,
non dimenticare mai queste parole che ho pronunciato in punto di morte.
Questa
terra contiene il corpo di tuo padre. Non vendere mai le ossa di tuo
padre e di
tua madre”. Strinsi la mano di mio padre e gli dissi che avrei
protetto la sua
tomba a prezzo della mia stessa vita. Mio padre sorrise e passò nella
terra
degli spiriti. Lo seppellii in quella bellissima valle di acque serpeggianti.
Io amo quella terra più di tutto il resto del mondo. Un uomo
che non ama la
tomba di suo padre è peggio di un animale selvaggio. Per un breve
periodo
vivemmo tranquilli. Gli uomini bianchi avevano trovato l’oro nelle
montagne
intorno alla terra delle acque serpeggianti. Ci rubavano molti cavalli
e noi
non potevamo averli indietro, perché eravamo indiani. Gli uomini
bianchi
dicevano bugie per coprirsi a vicenda. Ci portarono via una grande quantità del
nostro bestiame. Alcuni marchiarono le nostre bestie più giovani,
in modo da
poterle rivendicare come proprie. Noi non avevamo amici che potessero
difendere
la nostra causa davanti al consiglio della legge. Avevo l’impressione
che
alcuni uomini bianchi stessero facendo queste cose nel Wallowa apposta
per
scatenare una guerra. Sapevano che non eravamo abbastanza forti da combattere
contro di loro. Io feci tutto il possibile per evitare problemi e spargimento
di sangue. Donammo parte delle nostre terre agli uomini bianchi, sperando
così
di poter avere la pace. Ci sbagliavamo. L’uomo bianco non ci avrebbe
lasciato
in pace. Molte volte avremmo potuto vendicare i torti subiti, ma non
lo facemmo.
Tutte le volte che il governo ci ha chiesto di aiutarlo contro altri
indiani,
noi non abbiamo mai rifiutato. Quando gli uomini bianchi erano pochi
e noi
eravamo forti, avremmo potuto ucciderli tutti, ma i Nez Percé desideravano
vivere in pace. Non siamo certo da biasimare per non averlo fatto. Io
credo che
il vecchio trattato non sia mai stato applicato correttamente. SE mai
siamo
stati proprietari della terra, lo siamo ancora, perché non l’abbiamo
mai
venduta. Nel consiglio per il trattato i commissari hanno sostenuto
che il
nostro paese era stato venduto al governo. Immaginate che un uomo bianco
venga
da me e mi dica: “Giuseppe, mi piacciono i tuoi cavalli e vorrei
comprarli”. E
io gli risponda: “No, ho bisogno dei miei cavalli e non li venderò”.
Allora lui
va dal mio vicino e gli dice: “Giuseppe ha dei bei cavalli. Io
vorrei
comprarli, ma lui si rifiuta di venderli”. E il mio vicino gli
risponde: “Dai i
soldi a me, ti venderò io i cavalli di Giuseppe”. Allora
l’uomo bianco torna da
me e mi dice: “Giuseppe, ho comprato i tuoi cavalli e ora me li
devi dare”. Se
abbiamo venduto le nostre terre al governo, è in questo modo
che sono state
comprate. In base al trattato firmato dalle altre tribù Nez Percé,
gli uomini
bianchi hanno rivendicato la proprietà delle mie terre. Noi siamo
stati
gravemente turbati dagli uomini bianchi che si affollavano sui nostri
confini.
Alcuni di loro erano uomini buoni e noi eravamo in rapporti pacifici
con loro.
Ma non tutti erano buoni. Quasi ogni anno l’agente del governo
venne da Lappai
per ordinarci di andare nella riserva. Noi abbiamo sempre risposto che
eravamo
soddisfatti di vivere a Wallowa. E stavamo attenti a rifiutare i regali
o i
sussidi che ci offriva. Per tutti gli anni che seguirono l’arrivo
dei primi
uomini bianchi nel Wallowa, siamo stati minacciati da loro e dal trattato
Nez
Percé. Non ci hanno dato pace. Abbiamo avuto alcuni buoni amici
tra i bianchi,
e loro hanno sempre consigliato alla nostra gente di tollerare questi
torti
senza combattere. I nostri giovani uomini erano di sangue caldo e ho
avuto non
poche difficoltà a trattenerli dal reagire con azioni violente.
Ho sempre
portato un pesante fardello sulle spalle, fin da quando ero ragazzo.
Già allora
avevo capito che noi eravamo pochi mentre gli uomini bianchi erano molti
e che
non avremmo potuto rimanere come eravamo in presenza degli uomini bianchi.
Noi
siamo come cerbiatti, loro sono orsi Grizzly.. Noi avevamo un piccolo
paese. Il
loro paese era grande. Noi eravamo contenti di lasciare le cose come
le aveva fatte
il Grande Spirito Capo. Loro no, ed erano pronti a cambiare i fiumi
e le
montagne se non erano di loro gradimento. Anno dopo anno siamo stati
minacciati, ma non ci venne fatta la guerra fino a due anni fa, quando
il
generale Howard venne nel nostro paese e ci disse che era il Grande
Capo bianco
della guerra di tutto il suo paese. Egli disse: “Ho molti soldati
dietro di me.
Ho intenzione di portarli quassù, e poi parlerò di nuovo
con voi. La prossima
volta non lascerò che gli uomini bianchi ridano di me. Il paese
appartiene al
governo e io intendo mandarvi nella riserva”. Io protestai per
la sua idea di
portare altri soldati nelle terre dei Nez Percé. Aveva una casa
sempre piena di
truppe a Fort Lapwai. La primavera seguente l’agente governativo
di stanza a
Umatilla inviò un messaggero indiano a dirmi di andare ad incontrare
il
generale Howard e Walla Walla. Non potei andarci di persona, ma mandai
a
incontrarlo mio fratello e altri cinque uomini tra i capi, ed essi parlarono
a
lungo. Il generale Howard disse: “Avete parlato onestamente e
va bene così.
Potete rimanere a Wallowa”. Insistette affinché mio fratello
si recasse con lui
a Fort Lapwai. Quando la spedizione arrivò al forte, il generale
Howard inviò
dei messaggeri per convocare tutti gli indiani a un grande consiglio.
Vi presi
parte anch’io. Dissi al generale Howard: “Siamo pronti ad
ascoltare”. Egli
rispose che non avrebbe parlato subito, ma avrebbe tenuto un consiglio
il
giorno seguente in cui avrebbe parlato chiaramente. Dissi al generale
Howard: “Sono
pronto a parlare oggi. Sono stato in molti consigli, ma non sono diventato
più
saggio. Veniamo tutti da una donna, anche se in molte cose siamo dissimili.
Non
possiamo essere rifatti. Siamo come siamo stati fatti, e come siamo
stati fatti
resteremo. Siamo come siamo stati fatti dal Grande Spirito e voi non
ci potete
cambiare. Allora, a che scopo i figli della stessa madre e dello stesso
padre
dovrebbero litigare? Perché uno dovrebbe cercare di imbrogliare
l’altro? Io non
credo che il Grande Spirito Capo abbia dato a una razza di uomini il
potere di
dire a un’altra che cosa deve fare”. Il generale Howard
rispose: “Tu neghi la
mia autorità, non è vero? Tu vuoi dare ordini a me, non è così?”.
Allora uno
dei miei capi – Too-hool-hool-suit – si alzò in piedi
nel consiglio e disse al
generale Howard: “Il Grande Spirito Capo ha fatto il mondo come è ora
e come lo
voleva, e ne ha fatta una parte perché noi ci vivessimo. Non
capisco da dove ti
venga l’autorità per dire che noi non dobbiamo vivere dove
Lui stesso ha scelto
di situarci”. Il generale Howard andò su tutte le furie
e disse: “Stà zitto!
Non voglio più sentire discorsi di questo genere. La legge dice
che voi dovete
andare a vivere nella riserva e io voglio che lo facciate. Ma voi continuate
a
disubbidire alla legge. Se non vi trasferite mi occuperò personalmente
della
questione e vi farò pagare la vostra disobbedienza”. Too-hool-hool-suit
rispose: “Chi sei tu che mi chiedi di parlare e poi mi dici di
stare zitto? Sei
tu il Grande Spirito? Hai fatto tu il mondo? Hai fatto tu il sole? Hai
fatto tu
i fiumi che scorrono per darci da bere? Hai fatto cescere tu l’erba?
Hai fatto
tu tutte queste cose, tu che ti permetti di parlarci come se fossimo
dei
ragazzini? Se le hai fatte tu, allora, hai il diritto di parlarci in
questo
modo”. Il generale Howard rispose: “Tu sei un impudente
e io ti manderò in
prigione”, e ordinò a un soldato di arrestarlo. Too-hool-hool-suit
non oppose
resistenza, ma chiese al generale Howard: “È questo il
tuo ordine? Non mi
importa. Io ti ho dichiarato il mio cuore. E non ritiro niente. Ho parlato
per
il mio paese. Tu puoi arrestarmi, ma non puoi cambiarmi e farmi ritrattare
quello che ho detto”. I soldati si fecero avanti, catturarono
il mio amico e lo
portarono alla prigione. I miei uomini confabularono tra loro, era giusto
lasciare che questo avvenisse? Consigliai loro di sottomettersi. Sapevo
che se
avessimo opposto resistenza, tutti gli uomini bianchi presenti, incluso
il
generale Howard, sarebbero stati uccisi in un attimo, e la colpa sarebbe
ricaduta su di noi. Se non avessi detto niente, il generale Howard non
avrebbe
mai più dato un ordine ingiusto contro i miei uomini. Vidi il
pericolo e,
mentre trascinavano via Too-hool-hool-suit, mi alzai e dissi: “Adesso
parlerò
io. Non mi importa se mi arresterete”. Rivolgendomi alla mia gente
dissi:
“L’arresto di Too-hool-hool-suit è sbagliato, ma
noi non risponderemo
all’offesa. Siamo stati invitati a questo consiglio per esprimere
il nostro
cuore e lo abbiamo fatto”. Too-hool-hool-suit venne tenuto in
prigione cinque
giorni prima di essere rilasciato. Per quel giorno il consiglio fu sospeso.
La
mattina seguente il generale Howard venne al mio accampamento e mi invitò ad
andare con lui, insieme a White Bird e a Looking Glass, per cercare
una terra
per il mo popolo. Cavalcando nei dintorni arrivammo a della buona terra
che era
già occupata da indiani e da uomini bianchi. Indicando quella
terra il generale
Howard disse: “Se verrete a stare nella riserva vi darò queste
terre e farò
spostare questa gente”. Io risposi: “No, sarebbe sbagliato
disturbare questa
gente. Io non ho alcun diritto di prendere la loro casa. Non ho mai
preso
quello che non mi apparteneva. Non lo farò adesso”. Cavalcammo
tutto il giorno
nella riserva e non trovammo buone terre che non fossero occupate. Sono
stato
informato da uomini che non mentono che il generale Howard inviò una
lettera la
sera stessa per dire ai soldati di Walla Walla di andare a Wallowa e
mandarci
via appena fossimo tornati a casa. Al consiglio, il giorno seguente,
il
generale Howard mi disse con rancore che ci dava trenta giorni per tornare
a
casa, radunare il bestiame e trasferirci nella riserva. “Se non
sarete qui
entro quel termine, lo considererò un segno di ostilità e
invierò i miei
soldati a mandarvi via”. Io dissi: “La guerra si può evitare
e si deve evitare.
Io non voglio guerre. Il mio popolo è sempre stato amico dell’uomo
bianco.
Perché avete tanta fretta? Non mi è possibile preparare
la partenza in trenta
giorni. Il nostro bestiame è sparso e il fiume Snake è molto
alto. Aspettiamo
fino all’autunno, il fiume sarà basso. Abbiamo bisogno
di tempo per radunare il
bestiame e per mettere insieme le provviste per l’inverno”.
Il generale Howard
rispose: “Se lasciate scadere il termine di un solo giorno, i
soldati verranno
a portarvi nella riserva e tutti i vostri cavalli e gli animali, che
saranno
fuori dalla riserva per quella data, cadranno nelle mani degli uomini
bianchi”.
Sapevo di non aver mai venduto il mio paese e di non avere della terra
a
Lapwai, ma non volevo spargimenti di sangue. Non volevo che la mia gente
fosse
uccisa. Non volevo che fosse ucciso nessuno. Alcuni dei miei erano stati
assassinati da degli uomini bianchi, che però non erano mai stati
puniti per
quello che avevano fatto. Lo dissi al generalo Howard e di nuovo spiegai
che
non volevo la guerra. Volevo che la gente che viveva sulle terre che
avremmo
occupato a Lapwai avesse il tempo di mietere il proprio raccolto. Dissi
a me
stesso nel cuore che, piuttosto che fare la guerra, avrei abbandonato
il mio
paese, avrei abbandonato la tomba di mio padre. Avrei abbandonato tutto
purché
le mani della mia gente non si macchiassero del sangue degli uomini
bianchi. Il
generale Howard si rifiutò di concedermi più di trenta
giorni per trasferire la
mia gente con tutto il bestiame. Sono certo che cominciò subito
a preparare la
guerra. Quando tornai a Wallowa trovai la mia gente in grande agitazione
perché
avevano scoperto che i soldati erano già arrivati nella valle.
Tenemmo un
consiglio e decidemmo di partire immediatamente, per evitare spargimenti
di
sangue. Too-hool-hool-suit, che si sentiva offeso e infuriato per essere
stato
detenuto in prigione, parlò a favore della guerra e fece sì che
molti dei miei
giovani uomini desiderassero combattere piuttosto che essere cacciati
come cani
dalla terra in cui erano nati. Egli dichiarò che solo il sangue
avrebbe potuto
lavare l’umiliazione che il generale Howard gli aveva inflitto.
Ci voleva un
cuore forte per opporsi a un argomento come quello, ma io feci pressione
sul
mio popolo perché rimanesse tranquillo e non desse inizio a una
guerra.
Radunammo tutto il bestiame che riuscimmo a trovare e demmo inizio al
tentativo
di spostarci. Lasciammo molti dei nostri cavalli e animali nel Wallowa
e ne
perdemmo parecchie altre centinaia nell’attraversare il fiume.
Tutta la mia
gente riuscì ad attraversare sana e salva il fiume. Molti dei
Nez Percé si
riunirono a Rocky Canyon per tenere un grande consiglio. Io vi andai
con tutta
la mia gente. Il consiglio durò dieci giorni. Si parlò molto
di guerra e c’era
una grande eccitazione. C’era un giovane valoroso guerriero il
cui padre era
stato ucciso da un uomo bianco cinque anni prima. Questo giovane aveva
cattivo
sangue contro i bianchi e lasciò il consiglio invocando vendetta.
Di nuovo io
parlai in favore della pace e pensai che il pericolo fosse passato.
Non avevamo
seguito l’ordine del generale Howard perché non avevamo
potuto, ma intendevamo
farlo al più presto. Stavo lasciando il consiglio per andare
a uccidere un bue
per la mia famiglia, quando arrivò la notizia che il giovane
guerriero il cui
padre era stato ucciso aveva fatto una sortita con altri giovani guerrieri
dal
sangue caldo e avevano ucciso quattro uomini bianchi. Egli arrivò a
cavallo al
consiglio e gridò: “Perché state seduti qui come
femmine? La guerra è già
cominciata”. Ero profondamente addolorato. Tutte le tende vennero
spostate,
eccetto quella di mio fratello e la mia. Vidi chiaramente che la guerra
era
arrivata quando seppi che i miei uomini più giovani avevano segretamente
comprato munizioni. Seppi allora che Too-hool-hool-suit, che era stato
imprigionato dal generale Howard, era riuscito a organizzare un gruppo
favorevole alla guerra.. Sapevo che le loro azioni avrebbero coinvolto
tutta la
mia gente. Vidi che la guerra non si poteva evitare. Il momento era
già
passato. Io avevo consigliato la pace fin dall’inizio. Sapevo
che eravamo
troppo deboli per combattere contro gli Stati Uniti. Avevamo avuto molti
lutti,
ma sapevo che la guerra ne avrebbe portati ancora di più. Avevamo
dei buoni
amici bianchi i quali ci avevano consigliato di non scendere sul sentiero
di
guerra. Il mio amico e fratello, il signor Chapman – che è con
noi fin dalla
resa – ci disse come sarebbe andata a finire la guerra. Il signor
Chapman si
schierò contro di noi e aiutò il generale Howard. Non
lo biasimo per la sua
decisione. Ha fatto del suo meglio per evitare lo spargimento di sangue.
Speravamo che i coloni bianchi non si unissero ai soldati. Prima che
la guerra
cominciasse avevamo discusso a lungo su questo punto e molti dei miei
erano
favorevoli a dire loro che, se non si fossero schierati contro di noi,
non
sarebbero stati disturbati nel caso il generale Howard avesse scatenato
una
guerra. C’erano alcuni uomini cattivi tra la mia gente, avevano
avuto delle
liti con degli uomini bianchi e parlarono dei torti che avevano subito
finché
non riuscirono a sollevare tutti i cuori cattivi che erano presenti
al
consiglio. Eppure, ancora non riuscivo a credere che avrebbero dato
inizio alla
guerra. So che i miei giovani guerrieri fecero un grande sbaglio, ma
mi chiedo:
“Chi è stato il primo colpevole?”. Loro erano stati
insultati migliaia di
volte. I loro padri e fratelli erano stati uccisi. Le loro madri e le
loro
mogli erano state umiliate. Essi stessi erano stati resi folli dal <i>whiskey</i>
venduto loro dagli uomini bianchi. Si erano sentiti dire dal generale
Howard
che tutti i cavalli e il bestiame, che non fossero stati capaci di portare
fuori dalla valle di Wallowa, sarebbero caduti nelle mani degli uomini
bianchi.
E, come se tutto questo non bastasse, erano senza casa e disperati.
Avrei dato
la mia vita per tornare indietro ed evitare l’uccisione dei bianchi
da parte
dei miei guerrieri. Io do la colpa ai miei giovani guerrieri e do la
colpa ai bianchi.
Do la colpa al generale Howard per non aver dato alla mia gente il tempo
di
portare via il bestiame dal Wallowa, non importa in che momento. Nego
fermamente che io o mio padre abbiamo mai venduto quella terra. È ancora
la
nostra terra. Forse non sarà mai più la nostra casa, ma
mio padre riposa là e
io la amo come mia madre. Ho lasciato quella terra solo perché speravo
di
evitare lo spargimento di sangue. Se il generale Howard mi avesse dato
il tempo
necessario per radunare il bestiame, e se avesse trattato Too-hool-hool-suit
come un uomo merita di essere trattato, non ci sarebbe stata nessuna
guerra. I
miei amici bianchi mi hanno dato la colpa di questa guerra. Non è colpa
mia.
Quando i miei giovani uomini cominciarono a uccidere, il mio cuore fu
ferito.
Pur non giustificandoli, mi ricordai di tutti gli insulti che avevo
subito e il
mio sangue andò in fiamme. E tuttavia avrei portato il mio popolo
nel paese dei
bisonti senza combattere, se fosse stato possibile. Non vedevo altro
modo di
evitare la guerra. Ci spostammo a White Bird Creek, a sedici miglia
di
distanza, e ci accampammo là, con l’intenzione di radunare
il nostro bestiame
prima di partire. Ma i soldati ci attaccarono e fu combattuta la prima
battaglia. In quella battaglia noi avevamo sessanta uomini e i soldati
erano un
centinaio. Il combattimento durò solo pochi minuti, e poi i soldati
si
ritirarono a dodici miglia di distanza davanti a noi. Trentatre dei
loro erano
rimasti uccisi e sette erano stati feriti. Quando un indiano combatte,
spara solo
per uccidere. I soldati invece sparano a caso. A nessuno dei soldati
venne
tolto lo scalpo. Noi non crediamo nel prendere lo scalpo e non uccidiamo
gli
uomini feriti. I soldati non uccidono molti indiani a meno che non siano
feriti
e abbandonati sul campo di battaglia. Allora uccidono gli indiani. Sette
giorni
dopo la prima battaglia, il generale Howard arrivo nel paese dei Nez
Percé,
portando con sé altri settecento soldati. Era una guerra vera
e propria,
adesso. Attraversammo il Fiume dei Salmoni sperando che il generale
Howard ci
seguisse. Non ci sbagliavamo. Ci seguì e noi tornammo indietro
mettendoci tra
lui e i rifornimenti e lasciandolo bloccato per tre giorni. Allora egli
mandò
due compagnie ad aprire la strada. Noi le attaccammo uccidendo un ufficiale,
due guide e dieci uomini. Ci ritirammo sperando che i soldati ci seguissero.
Ma
per quel giorno ne avevano avuto abbastanza di combattere. Si accamparono
scavando delle trincee e il giorno seguente noi li attaccammo nuovamente.
La
battaglia si protrasse per tutta la giornata e riprese la mattina seguente.
Ne
uccidemmo quattro e ne ferimmo sette o otto. A questo punto il generale
Howard
aveva scoperto che eravamo dietro di lui. Cinque giorni dopo ci attaccò con
trecentocinquanta uomini tra soldati e coloni. Noi avevamo duecentocinquanta
guerrieri. Il combattimento andò avanti per ventisette ore. Noi
subimmo la
perdita di quattro uomini e diversi feriti. Il generale Howard perse
ventinove
uomini e raccolse sessanta feriti. Il giorno seguente i soldati vennero
alla
carica contro di noi. Ci ritirammo con le nostre famiglie e il bestiame
a
qualche miglio di distanza, lasciando ottanta tende nelle mani del generale
Howard. Capendo che eravamo troppo inferiori di numero, ci ritirammo
nella
valle Bitterroot. Qui un altro corpo di soldati ci avvicinò e
ci chiese di
arrenderci. Noi rifiutammo. Ci dissero: “Non potete oltrepassarci”.
Rispondemmo: “Vi oltrepasseremo senza combattere, se ce lo permetterete.
Ma
abbiamo intenzione di passare oltre ad ogni modo”. Allora stipulammo
un
trattato con questi soldati. Noi garantimmo che non avremmo disturbato
nessuno
e loro acconsentirono a lasciarci attraversare in pace la regione di
Bitterroot. Comprammo provviste e scambiammo bestiame con gli uomini
bianchi
del posto. Pensavamo che non ci sarebbe stata più guerra. Avevamo
intenzione di
andare pacificamente nel paese dei bisonti, lasciando da risolvere in
seguito
la questione del ritorno al nostro paese. Con questa idea proseguimmo
il
viaggio per altri quattro giorni. E, pensando che i problemi fossero
finiti, ci
fermammo a preparare dei pali per le tende da portare con noi. Ripartimmo
e
dopo due giorni vedemmo tre uomini bianchi che attraversavano il nostro
accampamento. Pensando che avevamo fatto la pace, non li disturbammo.
Avremmo
potuto ucciderli o farli prigionieri, ma non sospettavamo che fossero
spie, e
invece lo erano. Quella notte i soldati circondarono il nostro accampamento.
Verso l’alba uno dei miei uomini uscì per occuparsi dei
cavalli, i soldati lo
videro e gli spararono come se fosse un coyote. Ho poi capito che questi
soldati non erano quelli che ci eravamo lasciati alle spalle. Erano
arrivati
fino a noi da un’altra direzione. Il nome del nuovo capo di guerra
bianco era
Gibbon. Egli ordinò la carica mentre parte della mia gente stava
ancora
dormendo. Fu un combattimento duro. Alcuni dei miei uomini scivolarono
fuori
dal campo e attaccarono i soldati alle spalle. In questa battaglia perdemmo
quasi tutte le nostre tende, ma infine riuscimmo a respingere il generale
Gibbon. Resosi contro che non riusciva a catturarci, egli ordinò di
far venire
i grandi fucili [cannoni] dal suo accampamento a qualche miglio di distanza,
ma
i miei uomini catturarono sia i cannoni, sia tutte le munizioni. Cercammo
di
mettere fuori uso i grandi fucili per quanto ci era possibile e portammo
via il
piombo e la polvere da sparo. Nella battaglia con il generale Gibbon
avevamo
perso cinquanta tra donne e bambini e trenta guerrieri. Ci fermammo
il tempo
necessario per sotterrare i nostri morti. I Nez Percé non fanno
mai la guerra
contro donne e bambini. Potremmo aver uccisi un gran numero di donne
e bambini
nel corso della guerra, ma ci saremmo vergognati di un’azione
così da codardi.
Noi non togliamo lo scalpo ai nostri nemici, ma quando il generale Howard
venne
a unirsi al generale Gibbon, le loro guide indiane disseppellirono i
nostri
morti e presero i loro scalpi. Mi è stato detto che non fu il
generale Howard
ad ordinare questo atto vergognoso. Ci ritirammo il più in fretta
possibile verso
il paese dei bisonti. Dopo sei giorni il generale Howard ci venne vicino
e noi
uscimmo ad attaccarlo e a catturare quasi tutti i suoi cavalli e i muli.
Poi
riprendemmo la marcia verso il Bacino di Yellowstone. Sulla via catturammo
un
uomo e due donne bianche. Li lasciammo andare dopo tre giorni. Furono
trattati
gentilmente, le donne non vennero insultate. Potrebbero i soldati bianchi
riferire di una sola volta in cui delle donne indiane siano state prese
prigioniere, trattenute per tre giorni e poi liberate senza essere state
insultate? Le donne Nez Percé che caddero nelle mani dei soldati
del generale
Howard furono forse trattate con altrettanto rispetto? Io posso affermare
che
mai un Nez Percé si è macchiato di tale crimine. Qualche
giorno dopo catturammo
altri due uomini bianchi. Uno di loro rubò un cavallo e fuggì.
Diedi all’altro
un cavallo scadente e gli dissi che era libero. Nove giorni di marcia
ci
portarono all’ingresso della Clark’s Fork di Yellowstone.
Non sapevamo che cosa
ne fosse stato del generale Howard, ma pensavamo che avesse mandato
a prendere
altri cavalli e muli. Lui non venne ma fu un altro capo di guerra [il
generale
Sturgis] ad attaccarci. Lo tenemmo a bada finché tutte le donne,
i bambini e il
bestiame furono portati in salvo, lasciando qualche uomo a coprire la
nostra
ritirata. Passarono diversi giorni e non avemmo più notizie del
generale
Howard, di Gibbon o di Sturgis. Li avevamo respinti uno dopo l’altro
e
cominciavamo a sentirci al sicuro quando un altro esercito, al comando
del generale
Miles, ci attaccò. Era il quarto degli eserciti, tutti numericamente
molto
superiori a noi, che avevamo incontrato in sessanta giorni. Non ci eravamo
accorti dell’esercito del generale Miles fino a poco prima che
ci attaccasse,
tagliano in due il nostro accampamento e catturando quasi tutti i nostri
cavalli. Circa settanta uomini, tra i quali anch’io, rimasero
tagliati fuori.
La mia figlia più piccola – dodici anni – era con
me. Le diedi una corda e le
dissi di prendere un cavallo e di raggiungere gli altri che erano rimasti
tagliati fuori dal campo. Non l’ho più vista da allora,
ma ho saputo che è viva
e che sta bene. Pensai a mia moglie e ai miei figli, che erano circondati
dai
soldati, e decisi di andare da loro o morire. Con sulla bocca una preghiera
per
il Grande Spirito Capo che governa sopra di noi, mi lanciai disarmato
attraverso la linea di soldati. Mi sembrò che ci fossero fucili
da ogni parte,
davanti e dietro di me. I miei vestiti furono fatti a pezzi e il mio
cavallo fu
ferito, ma io ero illeso. Come giunsi alla porta della mia tenda, mia
moglie mi
porse il mio fucile, dicendo: “Ecco il tuo fucile. Combatti!” I
soldati ci
tenevano sotto un fuoco costante. Sei dei miei uomini caddero uccisi
vicino a
me. Dieci o dodici soldati attaccarono l’accampamento e si impossessarono
di
due tende, uccidendo tre Nez Percé e lasciando sul campo tre
dei loro. Chiamai
i miei uomini per respingerli. Combattevamo a breve distanza, a non
più di
venti passi di distanza, e i soldati furono ricacciati fino alla prima
linea,
lasciando i morti in mano nostra. Ci impadronimmo delle loro armi e
munizioni.
Tra il primo giorno e la prima notte perdemmo diciotto uomini e tre
donne. Il
generale Miles mandò al mio accampamento un messaggero sotto
la protezione
della bandiera bianca. Mandai il mio amico Toro Giallo ad incontrarlo.
Toro
Giallo capì che il messaggero diceva che il generale Miles mi
chiedeva di
valutare la situazione, perché non voleva uccidere la mia gente
se non era
necessario. Toro Giallo l’aveva interpretata come una richiesta
che io mi
arrendessi e risparmiassi sangue. Dopo avermi riferito questo messaggio,
Toro
Giallo disse che si chiedeva se il generale Miles fosse serio. Lo rimandai
indietro con la mia risposta: mi ero fatto un’idea, ma dovevo
ancora pensarci
sopra e avrei presto fatto sapere qualcosa. Poco dopo il generale mandò alcune
guide Cheyenne con un altro messaggio. Andai ad incontrarle. Dissero
che
ritenevano che il generale Miles fosse sincero e davvero desiderasse
la pace.
Andai alla tenda del generale Miles. Lui mi venne incontro e ci stringemmo
la
mano. “Sediamoci davanti al fuoco e cerchiamo di risolvere questa
faccenda”, mi
disse. Rimasi con lui tutta la notte. La mattina dopo Toro Giallo venne
a
vedere se ero ancora vivo e perché non tornavo. Il generale Miles
non mi
permise di lasciare la tenda per incontrare da solo il mio amico. Toro
Giallo
mi disse: “Ti hanno in loro potere e ho paura che non ti lasceranno
più andare.
Al nostro campo io ho un ufficiale e lo terrò prigioniero finché non
ti
lasceranno libero”. Io dissi: “Non so che cosa intendo fare
di me, ma se mi
uccidono tu non devi uccidere l’ufficiale. Non servirà a
niente vendicare la
mia morte con la sua”. Toro Giallo rientrò al campo. Quel
giorno non giunsi ad
alcun accordo con il generale Miles. La battaglia riprese mentre ero
con lui.
Ero molto preoccupato per la mia gente. Sapevo che ci trovavamo non
lontano
dall’accampamento di Toro Seduto sulla terra di Re Giorgio, e
pensavo che forse
i Nez Percé che erano scappati sarebbero tornati con dei rinforzi.
Durante la
notte il combattimento non fece gravi danni a nessuna delle due parti.
La
mattina seguente ritornai al mio accampamento in base a un accordo e
incontrai
l’ufficiale che era stato tenuto prigioniero durante l’armistizio.
La mia gente
era divisa rispetto alla resa. Avremmo potuto scappare dalla montagne
Bear Paw
se avessimo lasciato dietro i feriti, gli anziani e i bambini. Ma non
volevamo
farlo. Non avevamo mai sentito di un indiano ferito che fosse guarito
una volta
caduto nelle mani degli uomini bianchi. La sera del quarto giorno arrivò il
generale Howard con una piccola scorta e il mio amico Chapman. Adesso
avremmo
potuto parlare e capirci. Il generale Miles mi disse chiaramente: “Se
uscite e
deponete le armi, io vi risparmierò la vita e vi manderò nella
vostra riserva”.
Non so che cosa si fossero detti il generale Miles e il generale Howard.
Non
potevo più tollerare la vista dei miei uomini e donne feriti,
ne avevamo persi
già troppi. Il generale Miles aveva promesso che avremmo potuto
tornare al
nostro paese con il bestiame che ci rimaneva. Pensai che avremmo potuto
ricominciare. Credevo al generale Miles, altrimenti non mi sarei mai
arreso. Ho
sentito che è stato criticato per averci fatto la promessa di
riportarci a Lapwai.
In quell’occasione non avrebbe potuto trattare con me se non in
quei termini.
Lo avrei tenuto in scacco finché non fossero arrivati i miei
amici con i
rinforzi, e allora né i due generali né i loro soldati
avrebbero mai potuto
lasciare vivi le montagne Bear Paw. Il quinto giorno andai dal generale
Miles e
gli consegnai il mio fucile dicendo: “Da dove si trova ora il
sole, io non
combatterò mai più”. La mia gente aveva bisogno
di riposo. Volevamo la pace. Mi
fu detto che potevamo andare col generale Miles a Tongue River e rimanere
là
fino a primavera, quando saremmo stati rimandati al nostro paese. Infine
fu
deciso che saremmo partiti per Tongue River. Non avevamo niente da dire
al
riguardo. Dopo il nostro arrivo a Tongue River, il generale Miles ricevette
l’ordine di condurci a Bismark. La ragione adottata era che là il
mantenimento
sarebbe stato più economico. Il generale Miles era contrario
a quest’ordine. Mi
disse: “Non dovete dare la colpa a me. Io ho fatto del mio meglio
per mantenere
la parola data, ma il capo che è sopra di me ha dato questo nuovo
ordine, e io
devo obbedire o dare le dimissioni. E a voi questo non gioverebbe comunque.
Un
altro ufficiale si incaricherà di eseguire gli ordini”.
Io credo che il
generale Miles avrebbe mantenuto la sua parola se avesse potuto. Non
lo ritengo
colpevole per tutto quello che abbiamo dovuto soffrire dopo esserci
arresi. Non
so chi sia da ritenere colpevole. Consegnammo tutti i nostri cavalli – oltre
mille e duecento – e tutte le nostre selle – più di
cento – e da allora non ne
abbiamo saputo più nulla. Qualcuno ha i nostri cavalli. Il generale
Miles
consegnò il mio popolo a un altro soldato, e fummo portati a
Bismark. Il
capitano Johnson, che ora era responsabile di noi, ricevette l’ordine
di
condurci a Leavenworth, dove fummo messi sulla riva di un fiume, senza
altra
acqua che quella del fiume per bere e cucinare. Avevamo sempre vissuto
in una
regione salubre, dove le montagne erano alte e l’acqua era fredda
e limpida.
Molti dei miei si ammalarono e morirono, e noi li seppellimmo in quella
strana
terra. Non mi è possibile dirvi quanto abbia sofferto il mio
cuore per la mia
gente quando eravamo a Leavenworth. Sembra che il Grande Spirito Capo
che regna
al di sopra stesse guardando da un’altra parte e non vedesse che
cosa il mio
popolo era costretto a subire. Nei giorni del caldo ricevemmo la notizia
che
saremmo stati spostati ancora più lontano dal nostro paese. Non
ci venne
domandato se volessimo andare. Ci fu ordinato di salire su dei vagoni
ferroviari. Tra dei miei morirono nel viaggio per Baxter Springs [Kansas].
Era
peggio morire così che morire combattendo sulle montagne. Da
Baxter Springs
fummo spostati nel Territorio Indiano e ci fecero stabilire là senza
le nostre
tende. Avevamo poche medicine ed eravamo quasi tutti malati. Settanta
dei miei
sono morti da quando siamo andati a vivere lì. Abbiamo avuto
un sacco di
visitatori che hanno detto cose differenti. Alcuni dei capi di Washington
sono
venuti a incontrarci e hanno scelto della terra su cui avremmo dovuto
andare a
vivere. Non ci siamo andati perché non è una buona terra
su cui vivere. Il Capo
Commissario [E. A. Hayt] è venuto a trovarci. Gli ho detto, come
ho detto a
tutti, che mi aspettavo che la parola data dal generale Miles sarebbe
stata
mantenuta. Lui disse che non era possibile, che degli uomini bianchi
ormai
vivevano nel mio paese e tutta la terra era stata occupata, se fossi
tornato
nel Wallowa non avrei potuto vivere in pace, erano stati fatti dei documenti
di
legge contro i miei giovani guerrieri che avevano dato inizio alla guerra
e il
governo non poteva proteggere la mia gente. Queste parole caddero come
un
pesante macigno sul mio cuore. Vidi che non potevo arrivare a nulla
parlando
con lui. Altri capi della legge sono venuti a trovarmi e hanno detto
che mi
avrebbero aiutato a trovare una terra più sana. Non sapevo a
chi credere. Gli
uomini bianchi hanno troppi capi. Non si capiscono tra loro. Non parlano
tutti
nello stesso modo. Il Capo Commissario mi invitò ad andare con
lui a caccia di
una casa migliore di quella in cui siamo adesso. La terra che abbiamo
trovato
[a ovest della Riserva di Osage] mi piace di più di tutti gli
altri posti che
ho visto in quella regione. Ma non è una terra sana. Non ci sono
montagne e
fiumi. L’acqua è calda. Non è una buona terra per
il bestiame. Non credo che la
mia gente possa viverci. Temo che morirebbero tutti. Gli indiani che
occupano
quella regione stanno tutti morendo. Ho promesso al Capo Hyat che sarei
andato
là e avrei fatto del mio meglio finché il governo non
fosse stato pronto a
tenere fede alla parola data dal generale Miles. Non ero soddisfatto,
ma non
potevo fare diversamente. Poi è venuto al mio accampamento il
Capo Ispettore
[il generale McNeill] e abbiamo parlato a lungo. Lui ha detto che io
ho il
diritto ad avere una casa nella regione delle montagne, a nord, e che
avrebbe
scritto una lettera al Grande Capo a Washington. Di nuovo è cresciuta
nel mio
cuore la speranza di vedere le montagne dell’Idaho e dell’Oregon.
Alla fine mi
è stato dato il permesso di venire a Washington insieme al mio
amico Toro
Giallo e al nostro interprete. Sono contento che siamo venuti. Ho stretto
la
mano a un sacco di amici. Ma ci sono molte cose che vorrei sapere e
che nessuno
sembra in grado di spiegare. Non riesco a capire come il governo possa
mandare
un uomo a farci la guerra – come il generale Miles – e poi
rompere la sua
promessa. Un governo così ha qualcosa che non va. Non capisco
perché tanti capi
hanno il permesso di parlare in tanti modi diversi e promettere tante
cose
diverse. Ho visto il Grande Padre Capo [il presidente], l’altro
Grande Capo [il
segretario degli Interni], il Capo Commissario [Hyat], il Capo della
Legge [il
generale Butler] e molti altri capi della legge [i deputati del Congresso],
e
tutti dicono di essere miei amici e che io devo avere giustizia. Ma,
mentre la
loro bocca parla bene, non capisco perché non è stato
fatto niente per il mio
popolo. Ho sentito discorsi su discorsi, ma non è stato fatto
niente. Le buone
parole non durano a lungo, a meno che non arrivino a qualcosa. Le parole
non
pagano per la mia gente morta. Non pagano per il mio paese, che ora è invaso
dagli uomini bianchi. Non proteggono la tomba di mio padre. Non pagano
per
tutti i miei cavalli e il mio bestiame. Le buone parole non mi ridaranno
i miei
bambini. Le buone parole non manterranno la promessa del vostro Capo
di Guerra
generale Miles. Le buone parole non daranno alla mia gente la buona
salute e
non impediranno che muoia. Le buone parole non daranno al mio popolo
una casa dove
vivere in pace e prendersi cura di se stesso. Sono stanco di discorsi
che non
arrivano a niente. Il mio cuore soffre quando ricordo tutte le buone
parole e
le promesse non mantenute. Sono stati fatti troppi discorsi da uomini
che non
avevano il diritto di parlare. Sono state dette troppe cose inesatte,
tra gli
uomini bianchi sono nati troppi fraintendimenti sugli indiani. Se un
uomo
bianco desidera vivere in pace con gli indiani, è possibile vivere
in pace. Non
ci saranno problemi. Trattate tutti gli uomini allo stesso modo. Date
loro la
stessa legge. Date loro uguali opportunità di vivere e prosperare.
Tutti gli
uomini sono stati fatti dallo stesso Grande Spirito Capo. Sono tutti
fratelli.
La terra ü la madre di tutti i popoli e tutti i popoli devono avere
uguali
diritti su di essa. Aspettarsi che un qualsiasi uomo nato libero si
accontenti
di vivere confinato e privato della libertà di andare dove gli
pare è come
aspettarsi che i fiumi invertano il loro corso. Se legate un cavallo
alla
staccionata, come potete aspettarvi che ingrassi? Se confinate un indiano
su un
piccolo pezzo di terra e lo obbligate a restarci, egli non sarà mai
soddisfatto, non crescerà, non prospererà.Ho chiesto ai
grandi capi bianchi da
dove derivano l’autorità per dire a un indiano che deve
stare in un unico
luogo, mentre egli vede che gli uomini bianchi vanno dove vogliono.
Non hanno
saputo rispondermi. Io chiedo al governo solo di essere trattato come
sono
trattati tutti gli altri uomini. Se non posso tornare alla casa che è mia,
permettetemi di avere una casa in una terra dove la mia gente non debba
morire
così in fretta. Vorrei andare nella valle di Betterroot. Là la
mia gente
starebbe bene, dove sono adesso stanno morendo. Da quando ho lasciato
il campo
per venire a Washington sono già morte tre persone. Quando penso
alle nostre
condizioni, il mio cuore diventa pesante. Vedo uomini della mia razza
che
vengono trattati come fuorilegge, scacciati di terra in terra oppure
abbattuti
come animali. Io so che la mia razza deve cambiare. Non possiamo convivere
con
gli uomini bianchi rimanendo come siamo. Chiediamo solo uguali opportunità per
vivere come vivono gli altri. Chiediamo di essere riconosciuti come
uomini.
Chiediamo che la stessa legge sia applicata a tutti gli uomini. Se l’indiano
infrange la legge, che sia punito secondo la legge. Se l’uomo
bianco infrange
la legge, che anche lui sia punito. Lasciate che sia un uomo libero – libero
di
viaggiare, libero di fermarmi, libero di commerciare dove desidero,
libero di
scegliere i miei maestri, libero di seguire la religione dei miei padri,
libero
di pensare, di parlare e di agire per me stesso – e io obbedirò a
tutte le
leggi, o mi sottometterò alla punizione. Quando gli uomini bianchi
tratteranno
un indiano come trattano tra loro, allora non ci saranno più guerre.
Saremo
tutti uguali: fratelli e figli dello stesso padre e della stessa madre,
con un
solo cielo sopra di noi e un solo governo per tutti. Allora il Grande
Spirito
Capo che regna al di sopra sorriderà su questa terra e manderà la
pioggia a
lavare dalla faccia della terra le macchie di sangue causate da mani
fraterne.
La razza indiana aspetta e prega che venga questo momento. Io spero
che
all’orecchio del Grande Spirito Capo lassù non debbano
più arrivara gemiti di
uomini e donne feriti, e che tutti i popoli possano essere un solo popolo.<p>In-mut-too-yah-lat-lat
ha parlato per il suo popolo.<p>
Giuseppe morì nel 1904, venticinque anni dopo aver pronunciato
questo discorso. Era
ancora confinato in una riserva, lontano dalla terra dei suoi padri.
Il dottor
E. H. Latham, il medico ufficiale che aveva curato Giuseppe nei suoi
ultimi
quattordici anni di vita, spiegò con parole semplici la causa
della morte:<P>
“Capo Giuseppe è morto con il cuore spezzato…”.